Oggi, invece, sembra prevalere sempre di più la tecnica, ma questo non giova nè al medico nè al paziente. Il tipo di approccio alla malattia da parte della Bioterapia Nutrizionale è lontanissimo da quella tendenza alla fretta e ad un generico efficientismo, tipico di molte strutture sanitarie moderne. Nel nostro caso, l’impostazione della terapia alimentare parte da una ipotesi diagnostica quanto più precisa possibile, che poi si definisce nel tempo, tanto quanto più il medico conosce il paziente sotto tutti i punti di vista, organici, psicologici e funzionali, seguendo le informazioni di ritorno che il paziente stesso gli fornisce come risposta alle sollecitazioni metaboliche indotte dalle associazioni bionutrizionali. Naturalmente, la Bioterapia Nutrizionale si può praticare a vari livelli, iniziando da dati minimi ma adeguati, ferma restando una buona conoscenza della fisiologia. Infatti, “primum non nocere” come atto terapeutico vuol dire iniziare semplicemente a non mettere in ulteriore difficoltà quelle funzioni organiche che risultino alterate, stimolando quelle che sono in deficit.
 
Già saper dare indicazioni molto generali, ma fisiologicamente ineccepibili, equivale a migliorare notevolmente la qualità di vita di un malato, proteggendolo dalla tendenza alla patologia. Nella pratica, il medico nutrizionista attento sarà facilmente intrigato dalle variazioni metaboliche osservate, di cui si sentirà unico artefice, per cui inevitabilmente sarà indotto al piacere professionale di lavorare in modo più preciso e profondo per gestire una patologia e portarla verso una reale guarigione, non semplicemente alla negativizzazione dei sintomi e dei dati di laboratorio.
Un medico nutrizionista deve conoscere le proprietà e le caratteristiche specifiche dei singoli alimenti, tuttavia non è inutile qualche precisazione a questo riguardo. Esiste già una conoscenza abbastanza precisa circa i componenti fondamentali di un determinato alimento, compreso il suo valore in calorie; tuttavia, questa è una conoscenza minima che non basta per poter intervenire efficacemente nella gestione di una patologia. Per utilizzare gli alimenti in senso terapeutico è indispensabile soprattutto conoscere a fondo la fisiologia e la fisiopatologia degli organi e delle funzioni organiche, sapendo che ogni alimento, con i suoi contenuti, associati a quelli di altri cibi, può esplicare delle precise azioni di modulazione in senso terapeutico o di disturbo patologico. Uno stesso alimento associato con un alimento ad esso opposto, oppure ad esso complementare, ha due destini e due effetti totalmente diversi.
 
Esistono oggi dei seri problemi riguardanti la qualità degli alimenti che bisogna conoscere a fondo per poter discriminare tra i sintomi della malattia e gli eventuali sintomi provocati dagli alimenti stessi. Le regole del mercato sembrano prevalere su ogni criterio di genuinità e di ricchezza vitale dei cibi. Abbiamo, infatti, problemi legati alla produzione, alla conservazione, alla distribuzione. Se ne potrebbe concludere che è inutile discriminare gli alimenti di varia provenienza “tanto sono tutti inquinati”. Se a questo si aggiunge che l’aria è normalmente inquinata, al pari dell’acqua e dei terreni, il quadro è sicuramente molto pessimistico (vedi l’aumento notevole delle patologie degenerative e tumorali, non dovute solamente all’aumento dell’età media della vita, poiché riguardano sempre di più soggetti in età giovanile). Nonostante tutto, si riesce a sopravvivere, in virtù delle imprevedibili e miracolose capacità di adattamento dell’organismo; probabilmente le generazioni future si selezioneranno per resistere meglio. Al momento, tutto è affidato ai notevoli meccanismi di difesa ed di auto-riequilibrio propri dell’organismo sano. Ogni attentato all’efficienza di questi ultimi è, comunque, sempre un reale attentato alla salute. Una osservazione clinica sul campo, che può essere utile come linea guida, riguarda la buona capacità dell’organismo di sopportare la tossicità causata agli alimenti dai trattamenti (diserbanti, concimi, antiparassitari) effettuati quando l’alimento stesso era ancora in produzione, cioè metabolicamente vivo. Ciò è possibile perchè l’alimento stesso, durante il trattamento subito, metabolizza le sostanze tossiche difendendosene; e questo le rende, così modificate, quasi totalmente eliminabili dai nostri processi di difesa e dagli emuntori. Infatti, il monitoraggio quotidiano dell’urina, effettuato a casa dallo stesso paziente, rivela la capacità organica di eliminazione, in assenza quasi totale di sintomi clinici.

Molto più insidiosi e dannosi sono i trattamenti somministrati quando l’alimento è stato già tolto dal suo habitat naturale, e quindi è metabolicamente rallentato nelle sue capacità di difesa e di eliminazione. In particolare, l’organismo tollera molto meno tutte quelle manipolazioni a cui vengono sottoposti gli alimenti per essere idonei alla conservazione industriale, come antiossidanti, coloranti, antifermentativi, stabilizzanti, conservanti, antibiotici o antimicotici nei prodotti surgelati industrialmente, oppure antiputrefattivi, maturanti, ecc., utilizzati nei prodotti ortofrutticoli. In questo secondo caso, il rischio di danno organico persistente è molto maggiore.
In effetti, l’alimento ancora vitale riesce a metabolizzare e ridurre la tossicità di un prodotto nocivo somministrato in questa fase, cosa che non si verifica, per esempio, nei processi di maturazione artificiale delle banane o dell’ananas, negli additivi del vino rispetto ai trattamenti effettuati all’uva, nel processo di gasatura delle arance, ecc. In condizioni di efficienza delle funzioni emuntoriali, un organismo sano riesce ancora a non patire l’insulto tossico quotidiano, o quantomeno a gestirlo senza sviluppare necessariamente una patologia acuta. Non è possibile prevedere l’incidenza e i danni in termini di patologie cronico-degenerative nei prossimi decenni, tenendo conto che già oggi si hanno segnali di forte aumento.

Se ne deduce che in Bioterapia Nutrizionale particolare attenzione deve essere dedicata a tutti quei meccanismi metabolici che tendono a neutralizzare ed espellere i metaboliti tossici. E’ importante saper discriminare all’interno delle offerte pubblicitarie tra bisogni reali ed illusori. Una prima difesa è quella di limitare al massimo, confinandoli solo all’emergenza, tutti gli alimenti trattati industrialmente per favorire la lunga conservazione. Lo sforzo per tutti noi dovrebbe essere quello di utilizzare gli alimenti quanto più possibile nelle condizioni e nei tempi in cui la natura li propone.

Per esempio, il latte a lunga conservazione è sicuramente prezioso per quelle situazioni o luoghi geografici nei quali non può essere disponibile giornalmente. Tuttavia, i procedimenti industriali per allungarne la durata sono tali da non poterlo consigliare per l’uso quotidiano, anche in considerazione dell’aumento costante delle allergie ed intolleranze alimentari. I prodotti surgelati sono molto comodi ma, mentre la congelazione domestica di un prodotto fresco non costituisce una controindicazione importante, purché eseguita in modo corretto e rispettandone i tempi di scadenza, in quanto mai addizionata di alcunché, il prodotto surgelato industrialmente viene, nel rispetto della Legge che ne stabilisce limiti e condizioni, addizionato per esempio di antimicotici per evitare le muffe, di conservanti vari, antiossidanti, additivi, ecc., in misura percentuale sicuramente non nociva. Ma non è difficile comprendere come, il fatto di consumare molti alimenti surgelati nello stesso giorno, possa far superare facilmente quella soglia di sostanze dannose che in ogni singolo alimento sono al di sotto del limite di tolleranza stabilito dalla legge. Perciò è preferibile sempre utilizzare l’alimento fresco, tanto più in un organismo che manifesti difficoltà metaboliche o patologie manifeste.

Il mercato è legato anche alla modalità di presentazione al pubblico dell’alimento stesso, al suo aspetto estetico, alla sua grandezza, al suo prezzo, alla sua conservabilità e, soprattutto, alla sua comodità di impiego (vedi minestroni surgelati, pasti precotti, ecc.). Non sempre però ciò che sembra bello è anche buono e, in ogni caso, è conveniente compendere che questo modo di gestire l’alimentazione, utilissimo in particolari circostanze, non può diventare la norma poiché non è consono alle reali necessità degli esseri umani. La mela di Biancaneve era appetibile e desiderabile, ma nascondeva il veleno!

Stesse considerazioni possono valere circa l’uso prolungato o improprio dei farmaci. Questi sono comunque delle sostanze estranee, rispetto alle quali l’organismo si trova costretto prima a trattenere liquidi per metabolizzarli, poi ad attivare i processi di eliminazione. E’ facile verificare questo accadimento, controllando il peso di un soggetto prima e dopo l’assunzione di un farmaco, per notare come aumenti in modo significativo. Con una corretta alimentazione drenante, in poche ore il peso tornerà alle condizioni di partenza.
Nei soggetti che assumono farmaci per lungo tempo, questo incremento ponderale (da aumento della quota liquida) si arresta per un blocco e/o per l’intervento di meccanismi di accumulo dei cataboliti tossici. Infatti, l’organismo, non potendo, nell’immediato, liberarsi delle sostanze estranee perchè troppe o ripetute nel tempo, è costretto a cercare luoghi di “stoccaggio” in attesa di eliminarle in futuro. I tessuti che svolgono questo ruolo di discarica sono il fegato, i muscoli ma, soprattutto, il tessuto adiposo. Si comprende quindi come nelle diete ipocaloriche severe vengano liberate bruscamente tutte le tossine accumulate nel tempo. Queste troveranno un organismo energeticamente carente, quindi al di sotto delle sue possibilità funzionali. Il risultato a volte è molto grave, con disturbi del sistema nervoso, degli emuntori o del sistema endocrino.

Bisognerebbe invece agevolare la spontanea tendenza della natura a mantenerci in equilibrio, troppo spesso provata dalle nostre cattive abitudini di vita. Si tende a dimenticare con troppa facilità che l’Uomo esiste da tempi molto più antichi delle prime forme di medicina. La forza riparatrice della natura è la più importante e la più potente, quando non venga contrastata, ma agevolata. La Medicina sta oggi prendendo sempre più coscienza del fatto che il risultato immediato, che si può ottenere con un uso acritico dei farmaci, non sempre paga nel tempo. Infatti, per alcune patologie anche gravi, come l’epilessia infantile benigna, in letteratura sempre più si tende a considerare non conveniente l’uso immediato del farmaco, in quanto si sta osservando una non significativa incidenza sui tempi di guarigione, a fronte degli effetti collaterati certi.

La revisione critica operata dalla Medicina moderna tende a ridurre la prescrizione farmacologica in ambiti e tempi più precisi. Molte delle indicazioni date come certe, anche in ambito nutrizionale, andrebbero riviste nei termini della fisiologia e della fisiopatologia. Messaggi travisati da regole esterne possono facilitare patologie latenti. L’uomo ha offuscato degli impulsi istintivi di sopravvivenza, sostituendoli con delle conoscenze fisiologiche spesso mal interpretate, cosa che non succede negli animali in libertà: il gatto costipato salta il pasto, va in giardino, mangia erba per vomitare, digiuna finché è necessario e supera le difficoltà digestive. Nell’era delle macchine diagnostiche, il medico tende a dimenticare quei dati di osservazione semeiologica che invece possono dare indicazioni circa lo stato degli organi interni in modo molto più “vivente” e dinamico di qualunque indagine strumentale.

Importantissima è l’osservazione delle abitudini, della forma del corpo e del suo movimento, del viso e della sua mimica. Una eventuale fissità dello sguardo, un lieve esoftalmo o, situazione anche più grave, un infossamento dei globi oculari fanno ricordare che l’occhio, oltre ad essere “lo specchio dell’anima”, come comunemente si dice, anatomicamente è il proseguimento all’esterno delle strutture cerebrali, è la “presa di contatto” con il mondo esterno da parte del cervello. Osservare i “segni” dello stato di vitalità di un organismo vivente è qualcosa che le macchine, per ora non possono fare, e chi sà se ne saranno mai capaci. Capita spesso che tutti i dati strumentali e di laboratorio siano negativi, mentre il soggetto dichiari o mostri segni di reale malessere etichettati come disturbi neuro-vegetativi, immancabilmente seguiti a poca distanza di tempo da patologia organica a volte severa.

A differenza di una macchina che ha un indice di adattabilità sempre relativo, il corpo umano ha una resistenza ed una elasticità enormi. Esso non è stato programmato per le relativamente facili condizioni di vita odierne, ma ha superato piu volte in passato condizioni ambientali molto ostili alla vita. La lotta per procurarsi il cibo, i periodi di siccità o di carestia, la necessità di adattarsi al freddo e al caldo intenso, la guarigione delle ferite senza disinfettanti, la riparazione delle fratture senza gessi, sono Storia non troppo lontana e, purtroppo, tutt’ora attuale per tante popolazioni. L’Uomo, comunque, ha potuto evolvere grazie a meccanismi difensivi molto efficienti, a riserve e funzioni che sono sempre molto superiori rispetto ai reali bisogni quotidiani. Basta un terzo di fegato, per esempio, per assolvere a tutta la complessa funzionalità epatica, basta un solo testicolo per generare, la stessa pelle ha una capacità illimitata di rigenerazione, ecc.

La Bioterapia Nutrizionale è quanto di più individuale si possa immaginare come prescrizione alimentare. Addirittura, la prescrizione dietetica è continuamente mutevole, a seconda della risposta dell’organismo, per cui non esistono schemi di base, ma è fondamentale comprendere il quadro fisiopatologico dal quale si parte, monitorare con i dati di laboratorio i sintomi soggettivi del paziente e i dati oggettivi semeiologici, e quindi adattare, a volte giornalmente, e qualche volta ora per ora, l’indicazione alimentare, per guidare l’organismo nella direzione voluta.
Viviamo una filosofia medica che tende continuamente a risolvere i problemi della patologia andando a sostituirsi a quelle che sono le naturali capacità difensive del sistema vivente. Ci si dimentica che tutto nell’organismo lavora solitamente in funzione della vita e non della morte, per cui il medico è tale quando sa rendersi conto della necessità o meno di somministrare un farmaco, sapendo vigilmente aspettare e sapendo fattivamente aiutare, senza mai impropriamente sostituire la difesa organica.
Tutto ciò avendo la consapevolezza che esiste una forza riparatrice di base, la cui potenzialità è di gran lunga superiore a tutti i presidi farmacologici orientati a sopprimere i sintomi o a sostituire le difese organiche.
Bioterapianutrizionale

 

 

 

La Bioterapia Nutrizionale® è una metodica terapeutica che utilizza gli alimenti e le loro associazioni per la prevenzione e la cura delle malattie.

"Il poco stimola, il giusto regola, il troppo inibisce"

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