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Alimenti sinergici e contrari ai farmaci
antiepilettici:
linee guida bionutrizionali
Fausto Aufiero
Premessa
Qualsiasi considerazione riguardante l’impiego dell’alimentazione nel campo
della patologia umana e, nel caso specifico, delle sindromi epilettiche,
presuppone alcune preliminari riflessioni sul concetto stesso di azione
terapeutica. Una della tappe, che, nell’evoluzione umana, ha caratterizzato il
passaggio dallo stato primitivo alla civiltà è stata senz’altro la scoperta del
fuoco, con tutte le sue infinite applicazioni, compresa la cottura dei cibi.
Questa considerazione, ben presente già negli scritti ippocratici, sottolinea
come la conservazione o il recupero della salute attraverso l’alimentazione sia
un dato costante fin dagli albori dell’epoca storica. Sia pure empiricamente,
essa costituiva il primo presidio terapeutico.
Oggi si parla sempre di più della necessità di una corretta alimentazione, anche
da parte di autorevoli centri di ricerca. Necessità avvertita particolarmente in
campo oncologico, neurologico e dismetabolico. Come sempre, la condizione che
deve precedere una qualunque ipotesi scientifica è la “necessità”, poiché la
scienza costituisce lo sviluppo di un principio che nasce, si osserva e si
comprova a partire dalle esigenze umane e dall’esperienza. Nessun discorso
formale potrà mai nascere dal nulla. La condizione minima è comunque una
interazione tra il pensiero dell’Uomo e la realtà. Ecco perché la scienza è
sempre il risultato dello sviluppo di un filone di conoscenza, che potrà avere
inizio dalla riflessione su un fenomeno, su un pensiero, su un principio. Tutto
lo sviluppo che segue a questo momento iniziale servirà a costruirne, a poco a
poco, l’edificio. Se si considera lo sviluppo storico della Scienza, si potrà
osservare chiaramente come ogni svolta importante, ogni sviluppo nuovo ha sempre
avuto origine da una condizione di necessità, che imponeva la ricerca di una via
diversa, sostenuta dallo sforzo di “pensare diversamente”. La Bioterapia
Nutrizionale, costituisce un’originale ed innovativa metodica terapeutica che
permette, ove non vi siano accertate ed indiscusse situazioni di non ritorno, di
ripristinare, con metodi naturali, le normali funzioni fisiologiche di organi ed
apparati, utilizzando il potere farmacologico dei singoli alimenti o di
complesse associazioni nutrizionali che, in sinergia, intervengano nelle più
diverse condizioni di squilibrio o disfunzioni organiche. L’alimento è il primo
attore di tutti i processi vitali, da esso si traggono tutte le sostanze
essenziali che non siamo in condizione di sintetizzare, le proteine, i sali
minerali, le vitamine ed infine tutti gli altri oligoelementi e fattori
indispensabili alle complesse reazioni chimiche da cui dipende la vitalità e la
vita dell’individuo1 . La Bioterapia Nutrizionale, lungi dal porsi in contrasto o
in alternativa alle altre terapie, ha lo scopo di arricchire l’armamentario
terapeutico del medico, mediante l’impiego ragionato degli alimenti, sostituendo
la casualità irrazionale dell’alimentazione, con un impiego della stessa utile
all’Umanità.
Alimento e farmaco
La differenza sostanziale del nutrimento, rispetto ad un veleno, o ad un
farmaco, consiste nel fatto che l’organismo vivente è fisiologicamente
predisposto ad accettare il primo e difendersi dai secondi. Prova ne sia il
fatto che la ricerca farmacologica ha la continua necessità di scoprire modalità
di preparazione che veicolino il principio attivo all’interno dell’organismo,
riconoscendo e superando gli ostacoli.
La Bioterapia Nutrizionale, oltre allo studio delle proprietà nutrizionali degli
alimenti, tende a recuperare il loro antico ruolo terapeutico, ad un livello che
non sia più basato unicamente su conoscenze empiriche. Se per terapeutica si
intende qualsiasi azione in grado di modificare positivamente e stabilmente una
o più funzioni organiche alterate, è necessario delineare le notevoli differenze
fra un principio attivo ed un “rimedio bionutrizionale”.
Un farmaco viene concepito come una sostanza che abbia la maggiore selettività
d’azione, nel minor tempo possibile, in assenza di effetti collaterali e con
risultati terapeutici stabili. Un tale farmaco, ovviamente, non esiste, ma
costituisce la meta ideale da raggiungere da parte della moderna ricerca
farmacologica. Il singolo alimento, invece, in quanto tale, non potrà mai essere
considerato un farmaco che risponda ai precedenti criteri, anche se si volesse
tener conto degli effetti dei suoi nutrienti e dei suoi cofattori. L’azione
terapeutica, in Bioterapia Nutrizionale, sarà, invece, ricercata:
a) conoscendo le caratteristiche di tutti i cibi sufficienti per comporre un
pasto, sia di quelli crudi, sia delle modifiche che intervengono in quelli
cotti, a seconda delle varie tecniche e modalità;
b) conoscendo la diagnosi organica e funzionale;
c) conoscendo le caratteristiche individuali del paziente da trattare.
Le precedenti considerazioni hanno costituito nel tempo la base per un impiego
razionale degli alimenti nei soggetti affetti da cerebropatie complicate da
crisi comiziali, ma anche nelle altre forme di epilessia, tenendo conto del
fatto che sono quasi mezzo milione gli italiani colpiti da questa patologia e 25
mila i nuovi casi vengono diagnosticati ogni anno. Neurologi e farmacologi
avvertono che l'incidenza della malattia sta aumentando specialmente tra gli
anziani e, per indice di prevalenza, rappresenta la terza patologia dopo i
disturbi cardiovascolari e i deficit intellettivo-sensoriali2. Le fasce
maggiormente a rischio sono i bambini e gli anziani, con questi ultimi in
aumento rispetto al passato. Nella nostra esperienza ci siamo resi conto che una
alimentazione mirata interviene efficacemente nel migliorare la sintomatologia
clinica, prevenire o rallentare la frequenza delle crisi epilettiche, agire in
sinergia con la terapia farmacologica, in alcuni casi potendone ridurre i
dosaggi, e facilitare la riabilitazione neuro-muscolare nei soggetti che ne
abbiano necessità.
Impostazioni generali
Affrontare, dal punto di vista bionutrizionale, il complesso problema
dell’epilessia e, in generale, delle sindromi da ipereccitabilità neurologica,
presuppone la conoscenza delle caratteristiche strutturali, biochimiche e
fisiologiche del tessuto nervoso. La Letteratura degli ultimi decenni evidenzia
notevoli progressi nel campo dei neuro modulatori e l’armamentario terapeutico
si è arricchito di farmaci in grado di controllare, ridurre o risolvere la
sintomatologia clinica dei pazienti affetti da epilessia, migliorandone le
condizioni e la qualità di vita. Tuttavia, la fisiopatologia e le conoscenze
relative ai fattori predisponenti e scatenanti le crisi di grande male, di
piccolo male o delle forme a focolaio restano sostanzialmente quelle già
sottolineate dai testi di Fisiologia e Neurologia degli ultimi anni. Infatti,
sono sindromi caratterizzate dalla comparsa saltuaria di manifestazioni critiche
a carattere convulsivo e di altre manifestazioni critiche motorie, sensitive,
psichiche, neurovegetative. Queste crisi possono essere l’unico sintomo di
malattia, oppure fare parte di altre affezioni (epilessia sintomatica di tumore
encefalico, di encefalite, di vasculopatie cerebrali, di intossicazioni o traumi
cranici). Alla base dell’accesso epilettico esiste una ipersincronia
parossistica, che è espressione di una ipereccitabilità patologica di aggregati
neuronici, documentabile attraverso l’EEG3. Inoltre,
è tutt’ora valido che
alcuni fattori possono determinare un aumento dell’eccitabilità del circuito
abnorme epilettogeno in misura sufficiente a scatenare gli accessi e fra questi
fattori vanno ricordati (1) gli intensi stimoli emotivi, (2) l’alcalosi, quale
può essere prodotta da iperventilazione, (3) alcuni farmaci, (4) la febbre, (5)
rumori intensi o lampi di luce. Inoltre, anche in soggetti che non presentano
una predisposizione genetica, lesioni traumatiche che interessino una qualsiasi
parte del cervello possono indurre una esagerata eccitabilità di aree cerebrali
circoscritte…4 . E ancora, negli animali da esperimento, come anche nell’uomo,
gli accessi di grande male possono essere scatenati mediante somministrazione di
stimolanti neuronali…, o essere provocati da ipoglicemia insulinica5.
Interessanti, dal punto di vista bionutrizionale, sono anche i fattori che
esaltano l’eccitabilità delle membrane cellulari. Per esempio, una bassa
concentrazione di calcio-ioni nel liquido extracellulare costituisce una
condizione capace di esaltare in modo cospicuo l’eccitabilità… talvolta così
accentuata da far sorgere numerosi impulsi spontanei, causando spasmi muscolari6. L’equilibrio ed il ruolo degli elettroliti è stato molto studiato ed
approfondito, tanto che durante l’ultima decade si è assistito ad un crescente
sviluppo di modelli in vitro, costituiti da fettine isolate di cervello, in cui
sono conservate numerose connessioni sinaptiche. Gli eventi
elettroencefalografici con caratteristiche simili a quelli registrati in corso
di crisi comiziali in vivo, sono stati riprodotti in fettine di ippocampo con
molti metodi. Uno di questi si basa sulla modificazione dei costituenti ionici
dei terreni di coltura delle fettine cerebrali7,
come la riduzione degli ioni
Calcio e Magnesio, o l’aumento del Potassio8.
Altrettanto significative sono le alterazioni dell’equilibrio acido-base, in
grado di influire sull’attività bioelettrica del tessuto nervoso. Con i termini
di acidosi o alcalosi metabolica ci si riferisce a tutti i disturbi
dell’equilibrio acido-base dei fluidi organici, che modificano, in un senso o
nell’altro, il fisiologico pH 7,4 del sangue. Fondamentale ai fini nutrizionali
è, come vedremo, la differente azione sull’attività respiratoria dell’acidosi
metabolica e di quella respiratoria. In generale, l’effetto principale
dell’acidosi è una depressione del sistema nervoso centrale. Quando il pH del
sangue cade al di sotto di 7.0, la depressione del sistema nervoso è tale da
provocare prima uno stato confusionale e poi uno stato comatoso9. Tuttavia,
nell’acidosi metabolica l’elevata concentrazione di idrogenioni provoca un
aumento della frequenza e della profondità del respiro. Al contrario,
nell’acidosi respiratoria si ha di solito depressione del respiro, giacché è
appunto questa depressione la causa dell’acidosi. Si ha, perciò, l’opposto di
ciò che si verifica nell’acidosi metabolica10. Questo dato è fondamentale ai fini
del supporto nutrizionale nei pazienti affetti da sindromi epilettiche ed epilettogene, in quanto gli alimenti possono influire in modo significativo
sull’acidosi metabolica, ma non su quella respiratoria. L’effetto dell’alcalosi
metabolica è esattamente opposto, traducendosi in una condizione di
ipereccitabilità del sistema nervoso, tanto che i nervi diventano così
eccitabili che scaricano automaticamente e ripetutamente impulsi, anche in
assenza dei normali fattori di stimolo… Per esempio, nei soggetti predisposti ad
accessi epilettici, una semplice iperventilazione può spesso scatenare
l’attacco. In effetti, questo è uno dei metodi impiegati in clinica per saggiare
il grado di predisposizione all’epilessia11.
Linee guida bionutrizionali
La valutazione dei citati fattori fisiopatologici implicati nella genesi delle
sindromi epilettogene si traduce direttamente in accorgimenti nutrizionali in
grado di influire sull’andamento clinico della malattia. Può essere esplicativo
tracciare le linee guida principali, prima di passare al commento ragionato di
alcune associazioni nutrizionali utilizzate nella composizione dei pasti.
Esclusione degli alimenti eccitanti il sistema nervoso. Nel pieno rispetto del
“Primum non nocere” ippocratico, l’alimentazione del paziente epilettico deve
essere programmata evitando quei cibi, di cui l’esperienza bionutrizionale ha
documentato l’azione eccitante o irritativa a carico del sistema nervoso
centrale. Si riporta integralmente il paragrafo riguardante i formaggi e
l’epilessia presente in uno dei nostri testi:
Il formaggio, come già detto ampiamente, ha effetti molto importanti sul sistema
nervoso, nel senso che eccita e mantiene vigili. Nell’epilessia, qualunque ne
sia l’origine, il sistema nervoso ha una maggiore suscettibilità, tanto che la
crisi può essere scatenata da mancanza di sonno, eccessive sollecitazioni
visive, febbre elevata, ma anche da importanti variazioni metaboliche, prime fra
tutte le oscillazioni della calcemia. Le variazioni dei livelli sierici del
calcio sono da temere particolarmente nelle epilessie infantili e giovanili. Una
crisi comiziale può manifestarsi anche dopo sudorazioni profuse, modificazioni
ormonali, diarree. Il formaggio diventa allora un alimento importante, da
proporre però con cautela, a causa di una concomitante azione di eccitazione
sulla conducibilità neurologica, dovuta all’eccesso in sali e a sostanze quali
la tiramina e la taurina. Nella dieta del soggetto epilettico non va mai incluso
un formaggio molto fermentato, soprattutto in quantità abbondante e di sera. Il
pasto serale deve avere come scopo una induzione del sonno, quindi deve calmare
la funzione tiroidea, produrre un effetto miorilassante e sedare il sistema
nervoso centrale.
Pertanto, si possono utilizzare formaggi teneri e semi-dolci, tipo la groviera e
il fior di latte, perfino il burro e la ricotta, i quali forniscono una quota di
calcio che migliora la conduzione nervosa, senza irritare ulteriormente il
sistema nervoso. Si possono dare primi piatti quali: pasta burro e parmigiano;
pasta condita solo con caciotta, senza altri veicoli grassi; pasta e ricotta o
supplì di riso, soprattutto se associati a verdure ricche di potassio, come
zucchine, fagiolini, agretti. Lo scopo è quello di ottenere un’azione
miorilassante, fornendo una quota di zuccheri e di calcio non associata a troppi
sali. In alternativa, il formaggio, in quantità ancora più esigua, può entrare
nella composizione del secondo piatto: fiori di zucca fritti in pastella ripieni
di mozzarella; zucchine al forno con mozzarella; parmigiana di cardi o carciofi.
Di sera non bisogna mai dare il pecorino, oppure una caprese o una fonduta; in
questi casi l’effetto stimolante potrebbe avere come risultato l’insonnia o,
peggio ancora, diventare esso stesso fattore scatenante la crisi12.
Nel testo citato è possibile trovare le necessarie informazioni riguardanti
tutte le altre categorie di nutrienti, segnalando in questa sede alcuni alimenti
particolarmente controindicati, in grado di contrastare o ridurre l’effetto
terapeutico dei farmaci antiepilettici:
- i funghi, in particolare per l’impegno che provocano a carico del fegato e del
rene, organi la cui funzione va tutelata nei pazienti a rischio di
ipereccitabilità neurologica;
- il kiwi, può svolgere una notevole azione eccitatoria a causa del suo elevato
contenuto in ferro e vitamina C;
- il sedano, il cui contenuto in sedanina irrita le mucose digestive, ma svolge
anche una diretta azione di stimolo della trasmissione neurologica;
- i pesci più ricchi di iodio e fosforo, essendo controindicata una stimolazione
tiroidea, soprattutto di sera;
- gli alimenti contenenti solanina biodisponibile, come melanzane e peperoni,
mentre altre solanacee, come le patate possono essere impiegate senza
difficoltà, a patto che non siano germogliate;
- segnaliamo, infine, la nostra esperienza relativa all’impiego della farina di
grano, per il suo contenuto di glutine. In effetti, registriamo una riduzione
del numero di crisi comiziali e della intensità delle stesse utilizzando farine
senza, o con ridotto, contenuto di glutine, come quelle di mais o di camut,
anche se non è chiaro se sia direttamente implicato il glutine delle farine di
grano, o sostanze aggiunte nella manipolazione commerciale delle stesse.
Equilibrio elettrolitico. Si conosce ampiamente il ruolo del metabolismo del
calcio nella fisiopatologia dei fenomeni epilettogeni, oltre a quello di altri
ioni come magnesio, potassio, cloro e sodio. Per quanto riguarda il calcio,
l’alimentazione di questi pazienti è improntata ad un apporto costante ed
equilibrato di calcio, attingendolo non tanto dai formaggi, di cui si è discussa
la problematica di impiego, quanto dal latte, dalla ricotta, dal burro o dallo
yogurt, almeno nei casi in cui non coesistano intolleranze al lattosio, o
allergie. In questi casi si impiegheranno con maggiore frequenza alcuni semi,
come pinoli, mandorle, o nocciole, contenenti anche magnesio, o legumi come i
ceci, particolarmente ricchi di calcio, oppure verdure come il cavolfiore, o i
fiori di zucca. Particolarmente utilizzati sono gli alimenti ricchi di potassio,
come zucchina, banana, fagiolini, agretti (barba di frate), o mela cotta, per
l’azione miorilassante e decontratturante esercitata da questo ione a carico
della muscolatura periferica, in modo da ridurre lo stato di contrattura e
facilitare il lavoro dei terapisti della riabilitazione, soprattutto nei
soggetti cerebrolesi con epilessia. Il precedente accorgimento nutrizionale
sembrerebbe contraddire un dato citato prima, a proposito della maggiore
frequenza di crisi comiziali in presenza di eccesso di potassio. La nostra
esperienza “in vivo” ci dimostra, invece, il vantaggio clinico secondario
all’impiego degli alimenti ricchi di questo ione. Si potrebbe pensare che le
condizioni sperimentali possano non corrispondere a quelle effettive della
maggior parte dei pazienti, ma l’ipotesi più suggestiva e plausibile riguarda il
delicato e dinamico rapporto fra ioni sodio, cloro e potassio a livello della
conducibilità di membrana. Tenendo conto del fatto che l’anamnesi
bionutrizionale e lo studio accurato delle appetenze espresse dai pazienti
epilettici dimostra, nella quasi totalità dei casi, la tendenza a salare gli
alimenti più di quanto richiesto dalla maggior parte dei soggetti sani, abbiamo
proposto con successo la suzione orale di un chicco di sale marino grosso in
presenza della crisi epilettica incipiente, scoprendo poi che tale rimedio
empirico era prescritto dai neurologi prima della neurofarmacologia, facendo
bagnare la lingua e la mucosa orale del malato con acqua salata, anche in stato
di incoscienza del paziente. Probabilmente, l’assorbimento sublinguale di ioni
sodio e cloro, passando immediatamente nel circolo sanguigno generale, riescono
a riequilibrare in parte il potenziale di membrana alterato, riducendo la
sintomatologia, o interrompendo una crisi comiziale in arrivo.
Regolazione nutrizionale delle oscillazioni glicemiche. Una costante attenzione
viene rivolta dal Nutrizionista all’indice glicemico dei pasti proposti ai
pazienti a rischio di ipereccitabilità neurologica. Si è precedentemente
segnalato come l’ipoglicemia insulinica sia in grado di scatenare crisi
tonico-cloniche, meccanismo sfruttato un tempo nei reparti psichiatrici come
forma estrema di terapia nei casi di schizofrenia. Nel paziente epilettico non
si arriva, ovviamente, a queste condizioni di marcato calo degli zuccheri
ematici, tuttavia, una condotta alimentare sbilanciata, che provochi continue
oscillazioni del glucosio nel sangue, influenza l’attività neuronale e può
indurre liberazione di ormoni corticosurrenalici, con aumento dell’eccitabilità
nervosa. Nella nostra esperienza con bambini cerebrolesi ci siamo resi conto che
i disturbi neurologici da alterazioni glicemiche non dipendono tanto da
iperinsulinismo, quanto da ridotta assunzione di alimenti, o da eccessivo
dispendio energetico, come avviene nelle sindromi febbrili, con secondario
meccanismo di chetoacidosi, esso stesso causa di alterazioni dello stato di
coscienza. Infatti, nei bambini (fino a tre anni di età) le convulsioni sono
assai più frequenti dell’adulto, essendo facilmente provocate dall’iperpiressia,
dall’acetonemia e dalla spasmofilia13.
Metabolismo, equilibrio acido-base ed analisi delle urine. Un mezzo semplice e
pratico, utilizzato in Bioterapia Nutrizionale per monitorare l’andamento
clinico di una patologia, è l’esame delle urine quotidiano, spesso praticato a
domicilio dallo stesso paziente, opportunamente istruito in proposito. I valori
urinari che vengono osservati con particolare attenzione dal Nutrizionista nelle
patologie neurologiche sono la eventuale presenza di glicosuria e chenonuria,
oltre a quelli riguardanti la funzione renale ed il metabolismo generale del
corpo, come densità, pH, proteinuria ed ematuria. L’esperienza ci ha insegnato a
comprendere preventivamente alcuni segnali di allarme che ci permettono di
esprimere una valutazione immediata sul rischio o meno di una crisi comiziale,
ancor prima della comparsa dei segni clinici prodromici. Per esempio, la
presenza di chetonuria e/o un innalzamento del pH urinario anticipano di 30-45
minuti la comparsa di una crisi, tanto che spesso riusciamo a scongiurarla con
l’assunzione orale di alcuni alimenti, o con il banale chicco di sale marino in
bocca. L’alterazione degli altri parametri urinari, spesso provocata dagli
effetti collaterali dei farmaci antiepilettici, fornisce precise indicazioni
nutrizionali per agevolare al massimo il lavoro di detossicazione ed
eliminazione svolto, rispettivamente, dal fegato e dal rene. In ogni caso, la
preoccupazione costante è quella di mantenere il pH urinario nel valore
fisiologico di 5.0, fino a 6.0, vale a dire garantire la costante acidità
dell’urina, espressione di efficienti meccanismi eliminativi. Infatti, anche
quando il pH dei liquidi extracellulari si mantiene al suo normale valore di
7.4, vi è sempre un’eliminazione di acido, dell’ordine di una frazione di millimole al minuto. Ciò dipende dal fatto che la quantità giornaliera di acidi
che si forma nell’organismo eccede quella degli alcali, nella misura di circa
50-80 millimoli. Questo eccesso di acido deve essere continuamente allontanato
ed è per questo che, normalmente, nell’urina si ha un pH 6.0 circa, invece di
7.4, come nel sangue14.
Nutrizione del tessuto nervoso. Come ogni altra cellula del nostro corpo, il
neurone necessita di una propria nutrizione per svolgere efficacemente le sue
funzioni. Una lamina di mielina copre l’assone come un isolante su un filo
elettrico. La velocità dell’impulso nervoso è legata alla integrità della guaina
e la mancanza di nutrienti che compongono la mielina danno origine ad
alterazioni nella trasmissione dell’impulso. Tralasciamo il vasto capitolo degli
antiossidanti, di cui si parla forse anche troppo, per i quali si rimanda alla
sterminata Letteratura in proposito, come pure il discorso riguardante Vitamine
e numerosi micronutrienti che noi attingiamo semplicemente da alimenti come i
citati semi, la salvia, utile anche per la sua azione neurosedativa, la
borragine, proposta nelle modalità più adatte al paziente in trattamento,
l’ortica, o dall’insieme delle preparazioni alimentari proposte. Un discorso a
parte riguarda l’apporto di lipidi, fondamentali componenti del tessuto nervoso.
In assenza di specifiche controindicazioni, cerchiamo di utilizzare il latte,
sia per la colazione del mattino, sia durante la giornata, partendo dal
presupposto che la sua quota lipidica è sufficiente, da sola, a garantire lo
sviluppo e l’accrescimento del sistema nervoso del neonato durante i primi mesi
di vita, e oltre. Inoltre, il calcio presente nel latte, altamente
biodisponibile, svolge anche una funzione neurosedativa, contrastando
l’ipereccitabilità neurologica. La condizione indispensabile, affinché il
paziente si giovi del citato potenziale nutrizionale e terapeutico del latte, è
quella di utilizzarlo intero e non scremato, o manipolato nei modi più assurdi.
Nella quota lipidica del latte intero, infatti, sono presenti le vitamine A e D.
Quest’ultima, aggiunta oggi da molte aziende al latte scremato, viene poco
assorbita in mancanza della necessaria quota lipidica. Tuttavia, il danno
peggiore perpetrato a carico di un alimento tanto prezioso come il latte è la
distruzione di un importante fattore protettivo per la salute, l’acido linoleico
coniugato (CLA=conjugated linoleic acid). I ricercatori credono che il vantaggio
nutrizionale del latte intero rispetto a quello scremato sia dovuto, non solo al
CLA, ma anche ad altri fattori che si trovano sempre nella quota lipidica, come
la sfingomielina e i lipidi eterici15.
Una fonte preziosa di lipidi insaturi e polinsaturi è costituita dall’olio
extravergine d’oliva, impiegato per tutte le preparazione alimentari e, ove
siano reperibili e graditi al paziente, alcuni frutti tropicali, particolarmente
ricchi di lipidi, come la papaya, il mango o l’avocado.
Si ricorda, infine, la quota proteica della carne e di alcuni tipi di pesci che
è indispensabile inserire, variandoli ed associandoli in modo proprio, per
ottenere risultati utili per la patologia in corso, per il sostegno generale
dell’organismo e per l’accrescimento, qualora si tratti di piccoli pazienti. Da
segnalare che è preferibile l’impiego di carni bianche al posto di quelle rosse,
più ricche di ferro, ma più a rischio per i pazienti epilettici, in quanto
stimolano la produzione di adrenalina, ad azione eccitante a carico del sistema
nervoso, e per l’impegno della funzione renale del paziente, a causa del loro
maggiore contenuto in basi azotate.
Applicazione pratica
A partire dalle precedenti linee guida, il Nutrizionista si adopera per adattare
le soluzioni alimentari alle effettive esigenze individuali del paziente in
trattamento. A volte si tratta di bambini molto piccoli, con patologie
neurologiche di vario tipo, nell’ambito delle quali le crisi epilettiche
costituiscono solo un epifenomeno. Frequenti le difficoltà di masticazione o di
deglutizione, o le intolleranze specifiche ad alcune categorie di alimenti,
costanti gli effetti collaterali alle terapie farmacologiche in atto, di cui
bisognerà contrastare i danni a carico degli organi vitali e del metabolismo
generale del corpo.
Nel caso di piccoli pazienti, di capitale importanza è la disponibilità assoluta
della madre nel comporre i pasti quotidiani, prescritti dopo una rigorosa
valutazione dei parametri del test urinario e della risposta quotidiana
obiettiva osservata nel comportamento e nelle condizioni del malato. Nei casi in
cui il trattamento bionutrizionale viene applicato in modo corretto, si verifica
una riduzione delle clonie, degli eventi epilettici e delle stereotipie, mentre
aumenta la vigilanza e la capacità di concentrazione, con miglioramento del
tono, improntato ad una maggiore vivacità. Si inizia con l’introduzione di
alcuni degli alimenti ritenuti indispensabili, a cominciare da quelli più
facilmente reperibili ed utilizzabili, mentre la madre, o chi si occupa del
paziente, inizia a prendere confidenza e padronanza con il metodo, incoraggiata
dai risultati immediatamente apprezzabili.
A volte è necessario superare qualche difficoltà rappresentata dai sapori nuovi
proposti e dal gusto dei singoli soggetti, oltre che dalla modalità di
preparazione. I risultati sono comunque evidenti ed osservati soprattutto dai
vari operatori sanitari a cui i ragazzi sono affidati per le varie terapie
riabilitative e di supporto. Ambizioso è il progetto di poter ottenere sempre
maggiori successi applicando in modo progressivo le impostazioni bionutrizionali
discusse nei precedenti paragrafi.
Conclusione
Si riportano, a titolo di esempio, le indicazioni nutrizionali generali fornite
alla famiglia di un piccolo paziente, dopo un periodo di trattamento, durante il
quale si è cercato di raggiungere il massimo di successo terapeutico possibile.
- Brodo di carne bianca, facendo prima soffriggere leggermente in pentola olio
extravergine d’oliva e uno spicchio d’aglio (utile come stimolante il
metabolismo, come disinfettante intestinale e come sedativo del sistema nervoso,
oltre che per migliorare il sapore del brodo), poi si toglie l’aglio, si
aggiunge l’acqua e, a freddo, pezzetti di zucchina, un po’ di cipolla, lattuga
tritata. Appena cotte le verdure, si frullano e il brodo si può conservare in
congelatore, suddividendolo in porzioni. Di volta in volta, si riporterà ad
ebollizione e si aggiungerà pastina di mais, o tapioca, o crema di riso.
Importante salare senza eccesso con sale marino fino, utile per la trasmissione
neurologica.
- L’aggiunta della patata, utilissima per l’apporto energetico degli amidi e del
potassio, deve essere attuata al momento, prima dell’aggiunta della pastina, in
quanto la patata, anche congelata, rischia di far sviluppare una flora batterica
nel brodo.
- Compatibilmente con l’età e le possibilità di deglutizione del paziente, si
potrà usare la patata fritta in olio extravergine d’oliva, scegliendo la varietà
a pasta gialla e non quella a pasta bianca. A cottura ultimata, le fettine di
patata fritta si potranno anche frullare o schiacciare, rendendole adatte per
l’assunzione. Il vantaggio di questo apporto bionutrizionale è molteplice, in
quanto la modalità di cottura eserciterà una moderata stimolazione delle vie
biliari, facilitando il transito intestinale e l’eliminazione dei cataboliti
liposolubili endogeni, compresi quelli secondari all’assunzione dei farmaci.
Quando possibile, la patata fritta sarà addizionata da maionese fatta in casa,
soluzione nutrizionale preziosa per il tessuto nervoso.
- Utile la ricotta in piccola quantità, per il suo apporto di calcio, da usare
come crema, mischiandola al miele e, a scelta, ad un cucchiaino da caffè di
pinoli tritati. Oppure da aggiungere alla minestrina, ma alla fine, in modo da
non alterare, con il calore eccessivo, il suo delicato equilibrio di proteine e
lipidi.
- Se non si manifesta alcuna intolleranza al lattosio, è indicata l’assunzione
quotidiana del latte ed un moderato impiego del burro, ricco di calcio, vitamina
D e lipidi insaturi, a condizione di non farlo cuocere. Per esempio, aggiungerlo
in piccola quantità sulla polenta ancora calda, in modo da farlo sciogliere,
rendendo la preparazione più morbida e cremosa, ma soprattutto utile dal punto
di vista nutrizionale.
- La polenta (con pura farina di mais) si potrà anche far rapprendere, tagliarla
a pezzetti e poi soffriggere questi ultimi in padella con olio extravergine
d’oliva, prima di frullarli, in modo da facilitarne l’assunzione.
- Utili le vellutate con maizena e latte, in particolare di cavolfiore, -
contenente calcio e moderate percentuali di iodio, di stimolo per il
metabolismo, di lattuga, nei casi di maggiore eccitabilità neurologica, di
zucca, per un apporto di vitamina A, perfino di sedano, quando necessita
sostenere o stimolare il transito intestinale rallentato, tenendo conto che
l’effetto eccitante della sedanina sarà antagonizzato efficacemente dai
carboidrati della maizena e dal calcio . Qualora fosse possibile, la vellutata
di ortica avrebbe una serie di effetti positivi, in quanto l’ortica contiene
notevoli quantità di ferro altamente biodisponibili, ma anche elettroliti in
percentuale equilibrata, utili per la trasmissione neurologica. Ovviamente si
eviterà di raccogliere questa umile e preziosa pianta agli angoli delle strade,
preferendo le zone prive di inquinamento. Utilizzando guanti di lattice, si
sceglieranno le foglie apicali più tenere, facendole poi sbollentare per
annullare totalmente le sostanze urticanti.
- Provare il tuorlo d’uovo, da aggiungere a freddo, nella minestrina o in altre
preparazioni, comprese le vellutate, iniziando da una punta di cucchiaino da
caffè ed aumentando progressivamente, senza superare il cucchiaino intero. In
assenza di reazioni avverse, peraltro rare con uova fresche e genuine, si potrà
avere un ritmo di somministrazione di 3-4 volte a settimana.
- Utile la polpa di frutti tropicali ricchi di acidi grassi vegetali, in
particolare la papaya, da schiacciare e proporla da sola, mischiata a miele, e/o
a banana, realizzando una crema altamente nutritiva, equilibrata per il sistema
nervoso e per i metabolismi organici.
Riferimenti bibliografici
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2-Cfr. Salute Europa, “Epilessia: una patologia che
colpisce anche gli anziani”, in www.saluteeuropa.it, 2008.
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